Al netto della oramai stantia polemica sui leggendari “tre mesi di ferie dei professori” (che come dovrebbe essere oramai chiaro a tutti, non ci sono), i giorni di lezione effettivi durante l’anno scolastico e la durata dei periodi di interruzione della didattica, in pratica dell’organizzazione della scuola, sono argomento di studio da diversi decenni.

Nello scorso ottobre è stato pubblicato lo studio di Eurydice (un’ agenzia diretta emanazione della Commissione Europea sui temi dell’istruzione e della formazione nell’ UE) dal titolo “The organisation of school time in Europe” con lo scopo di fornire un quadro riguardante i diversi modi di organizzazione della scuola all’ interno dei paesi europei. I risultati dello studio sono impietosi: l’articolazione dei calendari scolastici varia notevolmente da paese a paese, escludendo che, almeno al momento, si possa parlare di un sistema scolastico europeo omogeneo.

Alla base dei diversi sistemi c’è sicuramente un portato storico legato alle fasce climatiche di appartenenza. Per cui è da sempre che la prosecuzione delle lezioni oltre i primi di giugno nel nostro paese è resa impossibile sul piano pratico dall’ aumento stagionale delle temperature, le stesse che non consentono il ritorno in classe prima della metà di settembre, con la possibilità per le regioni più calde di far slittare ulteriormente la data della ripresa. Senonché quel portato storico oggi pare ragionevolmente superabile grazie alla tecnologia che permetterebbe la climatizzazione degli ambienti scolastici, possibilità di fatto non praticata per motivi squisitamente economici.

Lo studio di Eurydice, premettendo che in tutti i paesi esaminati è previsto che i docenti svolgano altre attività oltre alle ore di insegnamento (e quindi che le ferie non coincidano da nessuna parte con la sospensione delle attività didattiche), stila la classifica delle pause estive adottate in Europa mettendola a confronto con i giorni totali di lezione.

Si scopre così che la pausa estiva più lunga è effettivamente quella italiana, in compagnia di Lettonia e Lituania che interrompono la didattica per ben 13 settimane, seguita dalle 12 settimane di Grecia, Islanda, Portogallo, Ungheria e Spagna, le 10 di Svezia e Finlandia, le 8 di Francia e Norvegia, fino alle 6 di Germania, Danimarca e Regno Unito. E se è vero che la maggior parte dei paesi tiene le scuole chiuse a giugno, è anche vero che in Germania, Islanda, Norvegia e Scozia l’anno scolastico comincia tra il 1 ed il 23 agosto (anche qui per evidenti motivi climatici).

Questo significa quindi che negli altri paesi europei la scuola dura più a lungo? Assolutamente no. Significa solo che, ad esempio, oltre alle otto settimane di vacanze estive, i francesi prevedono periodi di quattro settimane di chiusura tra ottobre, novembre e la settimana di Carnevale.

Anzi, continuando a leggere i dati dello studio si scopre che, nonostante la pausa estiva più lunga d’Europa, l’ Italia, assieme alla Danimarca, ha più giorni di scuola di tutti (200), mentre negli altri paesi la media della durata delle lezioni è di circa 180 giorni, fino agli appena 156 dell’ Albania.

Verrebbe da pensare, allora, che la polemica sulla lunga pausa estiva della scuola italiana sia del tutto campata per aria. E invece no. Il problema della durata delle vacanze degli studenti, non di quelle dei docenti, è in realtà un problema serio e ben conosciuto da chi si occupa di apprendimento.

Per capire di cosa stiamo parlando ci tocca spostarci oltreoceano, negli Stati Uniti, dove le vacanze estive durano tra le dieci e le undici settimane. Iniziano tra la fine di maggio e le prime due settimane di giugno e terminano a settembre, di solito dopo il Labor Day che si celebra il primo lunedi di settembre. Qui, è dagli anni 50 che gli effetti delle vacanze estive su bambini ed adolescenti vengono sistematicamente studiati. Con conclusioni oggettivamente allarmanti: termini come  “scivolamento estivo” (summer slide), “fuga del cervello” (brain drain) e “perdita di apprendimento estivo” (learning loss) rimandano tutti ad un fenomeno oramai conclamato. Più è lunga l’interruzione degli stimoli di apprendimento, più consistente sarà la perdita di parte delle competenze apprese durante l’anno scolastico, in particolar modo in matematica e nella lingua (nel nostro paese l’italiano). Spiegano gli esperti che le prime sei settimane di scuola alla ripresa verranno in genere impiegate per recuperare le nozioni perse con la pausa estiva.

Un fenomeno che colpisce maggiormente le fasce socio economiche più basse, che sono quelle non possono permettersi di trascorrere l’estate tra lezioni di musica, viaggi, corsi di lingua straniera e percorsi di apprendimento che permettano di non trascorrere la pausa estiva in casa, magari tra videogiochi e smartphone.

E in effetti negli USA è consolidata la tradizione dei famosi “campi estivi”, e delle associazioni come la National Summer Learning Association, che propongono (a pagamento) impegni utili a contrastare il “summer brain drain”.

E l’ estate degli studenti italiani? Al massimo lo studio per qualche ‘debito’ che difficilmente si tradurrà in bocciatura e la mancanza di strategie e soggetti preposti a costruire un ponte tra la fine delle attività didattiche e la ripresa delle lezioni ci dice che in effetti il problema c’ è. Ma che se la soluzione ipotizzata continua ad essere la solita solfa delle scuole aperte d’ estate a costi zero (senza strutture adeguate e senza personale adeguato, considerato oltretutto che quando è stata fatta qualche anno fa si è tradotta in un clamoroso flop) è ragionevole pensare che trascorrerà ancora molto tempo prima che si risolva o che almeno venga affrontato nei termini giusti.

 

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Autore

Un pensiero su “I tre mesi di vacanza (degli studenti). Il problema che c’è ma non riguarda le ferie dei docenti”
  1. Analisi direi esaustiva e finalmente è stato sfatato il discorso sulle vacanze dei prof mettendo in risalto con precisione che la problematica esiste ma riguarda l’apprendimento e sottolineando che la politica non è attenta alla scuola grazie per qs articolo

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