La politica ridotta a opinionismo

La politica ridotta a opinionismo. conferma il tramonto anche della scuola. Qui il liberismo economico è entrato anche con un lessico innaturale, rispetto alla tradizione.

La politica ridotta a opinionismo

La politica ridotta a opinionismo. ognuno esprime il suo sentire, solo per essere certi di esistere. Ogni giorno un nuovo tema (migranti, il 25 aprile, il Pnrr…) che accende il meccanismo della dichiarazione E’ una conseguenza del declino del bene comune. Il concetto è divenuto insignificante. Interessante il contributo di G. De Rita  proposto dal Corriere della Sera (25.04.23) e riportato sulla pagina del Censis. Si legge: “La nostra vicenda politica sembra crescentemente dominata dalla propensione a «cavalcare le ondate d’opinione», grandi o medie che siano…Non serve più, per fare avventura politica, una piattaforma programmatica, un retroterra ideologico, un apparato organizzativo, un radicamento territoriale; basta solo navigare nell’opinionismo regnante, suscitando (o prendendo al volo) una ondata di forti emozioni e di radicali opinioni collettive.” Lo scenario proposto persegue il doppio obiettivo: “piacere e colpire” (G. Lipovetschy).

L’uomo capitale umano e la crisi del futuro

Lo scenario brevemente descritto permette di comprendere lo stato di profonda crisi della politica, confermato dal disinteressamento di metà del potenziale elettorato. Classicamente la politica è giustificata se guarda al futuro. Se la prospettiva è espulsa, rimossa dalla dilatazione del presente che lo fagocita, la sua azione è significativamente limitata. Se pensiamo poi che la politica ha perso la sua indipendenza nazionale, asservita a interessi economici sovrannazionali (Bce, Fondo monetario internazionale, Commissione europea…), il cerchio si chiude (W. Brown Il disfacimento del Demos). Da qui diventa comprensibile il suo istinto di sovravvivenza declinato nell’opinionismo.

La scuola non poteva rimanere fuori

La scuola che vive di futuro non poteva essere immune da questo smottamento culturale e sociale. Senza la prospettiva declinata nella formazione dell’uomo e del cittadino (Costituzione) la scuola perde ogni significato, divenendo culturamente insignificante e lontana dal modello tradizionale. Se questo avvenisse, non sorprenderebbe. L’uomo e i suoi prodotti culturali e sociali sono soggetti a cambiamenti. Sarà interessante capire come la scuola evolverà.
Comunque  il credo liberista impone alla scuola di addestrare forza lavoro, spesso a basso costo. L’assalto liberista alla scuola (e non solo)  è un mix di decisioni e linguaggio. Scrivevo due mesi fa: “Lo smottamento è iniziato con la privatizzazione del rapporto di lavoro (D.Lvo 29/93), proseguito con la Carta dei Servizi (1994) e l’autonomia scolastica (Legge 59/97 e D.P.R. 275/99). La riforma Gelmini (2008-09) e la Buona Scuola Giannini/Renzi (107/05) hanno completato il processo.
Queste premesse hanno generato il genitore-cliente che sceglie per il proprio figlio il Piano dell’Offerta formativa più coerente alla sua idea di mondo. I problemi e gli attriti con la scuola nascono quando l’offerta non è gradita, si discosta dal loro sentire. Allora il loro profilo di clienti (soddisfatti o rimborsati) emerge con sollecitazioni e richieste presso il D.S., inopportuni interventi sulla didattica, lettere e coinvolgimento della stampa. In alcuni casi si arriva anche alla violenza fisica e verbale.”
Ovviamente questo scenario, come scrivevo sopra, è stata supportato da espressioni aziendali, quali “Piano dell’offerta,” “orientamento al cliente“, debiti e crediti”, “ottimizzazione”, “efficacia”

Autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.