Qualcuno conosce i PFI? Negli Istituti Professionali come si concilieranno con le nuove figure di Tutor volute da Valditara? Le figure di riferimento sono utili se sono poche ed hanno ben chiari compiti ed obiettivi, diversamente si rischia di creare inutile confusione di cui i ragazzi non hanno bisogno. Alzi la mano chi conosce i Piani Formativi Individualizzati ex art. 5 del dlgs n°61 del 2017, che istituiscono in tutti gli Istituti Professionali la criptica figura del docente Tutor, addirittura uno per ogni alunno, purché come al solito non ne “derivino ulteriori oneri per la finanza pubblica”, come specifica l’art. 12 dello stesso testo legislativo al comma 3.

Il che significa che nei Professionali esiste già la figura del Tutor, compete a ciascun docente a titolo gratuito, e prevede che venga compilato un noiosissimo modulo pieno di informazioni per lo più private del ragazzo, attraverso le quali individuare le sue attitudini, le possibilità di successo per il futuro e le relative strade da percorrere, non si comprende come. Dal momento in cui un docente viene nominato Tutor, intervisterà l’alunno che gli è stato affidato aggiornando di anno in anno il modulo con le esperienze vissute e le iniziative che la scuola ha ritenuto di poter attivare per coltivare i suoi talenti,  arrivando anche a personalizzare l’insegnamento. Cose mai viste, fermo restando che un buon insegnante non ha bisogno di moduli per comprendere le attitudini di un alunno. A ciò si aggiunge che siccome la continuità didattica è una chimera il Tutor cambiera’ ogni anno, e quindi l’alunno dovrà affidarsi ogni anno ad un docente diverso svuotando della sua stessa essenza la figura del Tutor, che dovrebbe essere una guida per almeno un ciclo di studi. Ora, con tutto il rispetto per la riforma degli Istituti Professionali, viene spontaneo immaginarsi se i Tutor antidispersione voluti da questo Governo dovessero decollare, per giunta anche retribuiti, quale sarebbe lo scenario nei Professionali fra qualche anno, fra docenti di base, docenti di sostegno, Tutor pfi e Tutor antidispersione.

Sicuri che i ragazzi non li metteremmo in fuga noi? Con questo assetto di guerra, più asfissiante che formativo, più dispersivo che culturalmente efficace, si rischia di depauperare ulteriormente l’enorme potenziale dei Professionali, che di base dovrebbero spedire per direttissima i ragazzi nel mondo del lavoro, investendo il più possibile in laboratori all’avanguardia, edilizia scolastica e retribuzione del personale della scuola, piuttosto che disperdere risorse per figure la cui importanza resta ancora tutta da verificare. Chiunque abbia insegnato nei Professionali conosce bene, per dirne una, la cronica mancanza di ingegneri, che difficilmente si prestano ad uno stipendio da fame piuttosto che fare altro. Chiunque abbia insegnato nei Professionali sa anche che, in moltissimi casi, i laboratori sono pochi e malfunzionanti, che spesso sono chiusi per motivi di sicurezza, vedi impossibilità di provvedere alla manutenzione, e il più delle volte taluni indirizzi, perlopiù quelli destinati ai lavori manuali, tipo i meccanici o gli elettrici, diventano il refugium peccatorum degli studenti meno portati e scolarizzati, che guarda caso coincidono anche con quelli maggiormente a rischio dispersione. Il quadro che si prospetta per un futuro pieno di Tutor è quasi esilarante. A chi toccherà capire per cosa è davvero portato il ragazzo, al tutor PFI, a quello antidispersione oppure ad entrambi? E se questo ragazzo dovesse essere un BES, nel team di quelli che devono studiare il caso entrerebbe anche l’insegnante di sostegno? In tutto ciò, i poveri docenti di base dovrebbero essere informati e magari adattare le loro metodologie alle reali attitudini di ogni singolo alunno?

Nel caso poi dovesse sviluppare una improvvisa passione per un hobby o uno sport, a chi spetterebbe il compito di cogliere al volo questo nuovo squarcio di belle speranze per il suo futuro, al Tutor pfi, al Tutor antidispersione o magari all’insegnante di base? E come si coltiva il talento, istituendo corsi ad personam? Tenuti e pagati da chi? Perché se la scuola ha fondi per pagare esperti esterni per tutto, allora dovrebbe iniziare col retribuire il lavoro per i PFI, questi sconosciuti. In più, se l’alunno è un diversamente abile l’insegnante di sostegno che farà? Si esprimerà prima, durante o dopo i Tutor? Ma di base, questa mania di andare incontro alla personalizzazione dello studio non è che rischia di spersonalizzare la scuola? Una cosa è la formazione altro è il disagio.

Personalizzare è un modo per rendere la scuola più accattivante, ma la scuola non deve perdere la sua funzione educativa, non può fare tutto, e lì dove serpeggia il disagio sono altri i campi su cui bisogna investigare ed intervenire. L’alunno deve venire a scuola per imparare, se ha problemi relazionali lo si invita ad affrontarli fuori dalle ore di lezione, magari fornendogli il giusto supporto e l’ascolto che merita, con uno sportello dedicato ed appuntamenti settimanali con gli esperti necessari, e se non ha voglia di studiare sono più che sufficienti gli insegnanti di base per reindirizzarlo altrove, in sinergia magari con l’insegnante di sostegno che, ricordiamolo, è un docente della classe. Certo è che i PFI, al momento, si sono rivelati del tutto inutili, stando agli ultimi dati sulla dispersione e considerata l’enorme ondata di violenza che sta attraversando la scuola negli ultimi tempi; oltretutto dedicarsi in modo approfondito ai PFI e’ difficile per ogni docente, data la mole gia’ considerevole di compiti al di fuori delle ore di lezione. La realta è questa, senza girarci intorno; valorizzare la base delle istituzioni scolastiche, vale a dire personale, edifici e laboratori, sarebbe maggiormente auspicabile e darebbe probabilmente frutti più che sufficienti per evitare di disperdere energie e risorse economiche con nuovi esperimenti: l’unica deroga dovrebbe essere una seria e duratura campagna di prevenzione del disagio giovanile, che al momento rappresenta la più grave emergenza scolastica del nostro tempo, e forse di tutti i tempi, un’emergenza che i docenti da soli non possono affrontare. I docenti vanno messi nelle condizioni di lavorare al meglio, con migliore retribuzione e maggiore stabilità, non serve altro per ridurre la dispersione e migliorare il rendimento, rendendo la scuola un posto migliore, anzi il migliore in cui un ragazzo possa crescere in modo sano.

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