I Ricchi e Poveri negli anni 80 cantavano “Sarà perché ti amo”, ma ad ascoltare le voci degli operatori della scuola, negli ultimi anni, sembra piuttosto che “scuola” faccia rima più con “povertà” che con “amore”: povertà di risorse, ma anche di offerte formative e di stipendi.

Eppure, tra gli addetti ai lavori, l’amore per la scuola serpeggia in ogni dove, contro tutto (leggasi: burocrazia) e contro tutti (leggasi: influenze politico-economiche).

L’ambito scolastico maggiormente influenzato da queste dicotomie è, necessariamente, quello nel quale trovano rappresentanza i precari e, nello specifico, i docenti di sostegno precari, cioè coloro che trattano con la parte più fragile e delicata della popolazione scolastica.

In merito, le questioni da porre sarebbero moltissime, a partire dalle ultime informazioni inerenti la pronuncia del Consiglio di Stato in Plenaria, relativamente ai titoli di studio acquisiti in Romania, per arrivare alle incognite sul reclutamento e la continuità didattica, passando attraverso le criticità del PEI, l’eccesso di burocratizzazione, le regole di accesso al percorso formativo, il percorso formativo stesso e molto altro.

Ne parliamo con il CISS, Coordinamento Insegnanti Specializzati Sostegno, un organismo di rappresentanza molto giovane ma con le idee molto chiare.

Il nostro Coordinamento è formato da docenti di lungo corso, anche con esperienze pregresse sui temi delle rivendicazioni di categoria e, tra Coordinatori e iscritti, possiamo vantare persone con grande capacità di analisi e sintesi, oltre a giuristi del settore: noi il Sostegno didattico non solo lo viviamo sulla pelle ogni giorno, ma lo respiriamo a 360° fin da quando abbiamo messo piede nell’aula universitaria che ha dato avvio al nostro percorso formativo. Chi altri potrebbe manifestare attivamente i reali bisogni del settore, se non chi ne sia appassionatamente addentro, confrontandosi quotidianamente con ogni sua più piccola sfaccettatura?

  • Risposta interessante. Quindi, voi ritenete che il vivere immersivamente una esperienza sia sufficiente per erigersi a rappresentare la categoria?

Non abbiamo detto questo, anzi è vero piuttosto il contrario: non basta essere docenti di sostegno per poter parlare a nome dei colleghi.

Piuttosto diremmo che, nei confronti della macchina amministrativa, esserlo rappresenti la conditio sine qua non imprescindibile…ma la rappresentatività è una caratteristica che si acquista attraverso la stima degli addetti ai lavori.

Noi abbiamo una pagina Facebook da 4400 iscritti reali: sono numeri che non si raggiungono in pochi mesi, senza avere alla base un lavoro condiviso e approvato.

  • Eppure ultimamente sui social avete avuto dei confronti piuttosto accesi.

Certamente. Ed è proprio questo che dimostra come il gruppo abbia acquisito quella rappresentatività che gli permette di poter richiedere la partecipazione ai tavoli tematici: il contraddittorio è una grande forma di democrazia e di crescita, e solo chi viene ritenuto un punto di riferimento si trova a dover rispondere ad appunti e provocazioni. Se non avessimo séguito, non ci sarebbero confronti.

  • Touché. Andiamo allora nello specifico: quali sono oggi i punti del contendere?

Sicuramente, il reclutamento.

Nessun lavoratore riesce a sostenere a lungo termine e con tranquillità l’emotività legata all’incertezza. Nel nostro gruppo ci sono precari specializzati che attendono il loro momento anche da oltre 15 anni:  sono passati attraverso talmente tanti ministri diversi che ormai non hanno più fiducia nella politica.

Non si tratta di attaccamento alla poltrona, si tratta del non poter dare continuità al progetto didattico costruito con impegno ed affetto, pur rimanendo per le famiglie il solo punto di riferimento contattabile.

Lo sapeva che i precari senza incarico annuale ricevono spesso lo stipendio a distanza anche di 4 mesi dalla prestazione, eppure acquistano di tasca loro una buona parte dei sussidi didattici necessari, quando non li producono direttamente loro stessi, a mano?

Come possono lavorare con serenità questi professionisti, trattati come pedine senza dignità, nonostante i carichi di famiglia e la professionalità nel lavoro, magari trovandosi anche inermi parafulmini di situazioni familiari difficili in cui, purtroppo, il solo confronto tra la società e il disabile avviene tra le mura scolastiche?

Ci sono sacche di precariato difficilmente estirpabili, composte anche da docenti che hanno sostenuto pubblici concorsi, in un sovrapporsi di graduatorie capace di confondere anche i sindacalisti più esperti.

Nei fatti, la scuola è composta da due italie: un nord in cronica carenza di docenti, in cui attraverso la MAD (n.d.r: Messa A Disposizione) riescono a salire in cattedra persone non specializzate, dalle più svariate attitudini e competenze e a volte anche inadatte al ruolo, e un sud in cui alcune province sono così zeppe di precari che si stimano necessari almeno 15 anni solo per terminare le graduatorie concorsuali.

  • “Due italie” è un termine che rende molto bene l’idea. Qual è il vostro punto di vista?

Noi crediamo che negli ultimi 20 anni sia stato fatto del male alla scuola.

Piegare l’istruzione a logiche economiche e aziendalistiche, fatte di moduli e burocrazia, ha snaturato il “senso” dell’istituzione stessa.

Certamente, avere un documento che ricorda e garantisce il percorso didattico da effettuare annualmente è sicuramente segno di buona organizzazione.

Ma c’è un limite di buonsenso che ormai è stato ampiamente superato.

Non si può dare per scontato che uno specialista di didattica possa essere anche un ottimo burocrate, un ottimo informatico, un ottimo diplomatico, un innovatore e ricercatore sul campo, che si formi e aggiorni costantemente, un ottimo motivatore, un riabilitatore (sì, spesso viene richiesto di svolgere attività di natura più riabilitativa che didattica), ecc. Oltretutto le ore giornaliere restano sempre 24.

Il lavoro sommerso del docente di sostegno è immane e prescinde dal rapporto che si costituisce con famiglie e alunni, anche se sui giornali parlano sempre di 25-24-18 ore settimanali e 3 mesi di ferie.

  • Un lungo elenco di competenze richieste: non vi vengono fornite tutte durante il corso di specializzazione?

Il corso di specializzazione sul sostegno, attualmente, è un corso universitario a numero chiuso e con accesso concorsuale, della durata di un anno, che costa dai 2800€ a salire.

Ogni grado di scuola segue un percorso lievemente differente, adatto all’età degli alunni e, attraverso circa 23 insegnamenti, laboratori e tirocinio, regala una serie di competenze molto pratiche spendibili nel ruolo. Sfortunatamente, le diverse casistiche riscontrabili nel variegato mondo della disabilità, e le relative competenze richieste, non sono certo riassumibili in 60 crediti formativi. Veniamo formati per avere una forma mentis in grado di operare nelle situazioni più frequenti e in grado di sapere dove cercare le informazioni non oggetto di studio che ci serviranno: d’altra parte l’onniscienza non è qualità umana, purtroppo. In Italia studiamo di tutto, tranne la lingua inglese.

  • “In Italia studiamo di tutto tranne la lingua inglese”: perché questa frase? Sembra nascondere molti significati nascosti.

Non sono, in realtà, molto nascosti: recentemente sui giornali sono passate due notizie che ci hanno toccato nel vivo: la questione dei Titoli Rumeni e del DM 259 del 30/9/2022 a firma del ministro Bianchi.

Circa i Titoli rumeni, il dissenso riguarda le differenze nel percorso formativo: le incongruenze sono notevoli, e riguardano nello specifico le modalità di accesso, la durata, i contenuti, il tirocinio formativo e l’utilizzo del titolo.

In Italia, per accedere al Corso di Specializzazione sul Sostegno Didattico, i docenti sono tenuti a possedere, a seconda del grado in cui insegnano, un diploma abilitante all’insegnamento o una laurea magistrale unitamente ai CFU (da 24 a 60 a seconda della riforma in vigore) e ad affrontare un concorso altamente selettivo costituito da una preselettiva, una prova scritta e una prova orale: in Romania l’accesso ai master abilitanti è libero e, probabilmente, è questo a rappresentare uno dei principali punti di attrazione per quelle persone che non hanno superato le prove selettive previste nel nostro Paese, ripiegando sulla via PIÙ COSTOSA ma più facile da seguire.

Il percorso specializzante (fonte: https://reclutamento.ict.uniba.it/sostegno/normativa-attivazione-sostegno/normativa-attivazione-sostegno), come dicevamo, in Italia prevede la durata di un anno accademico e la frequenza obbligatoria –senza possibilità di assentarsi, neppure in minima percentuale, a pena di esclusione dal percorso– a circa 290 ore di insegnamenti teorici, 180 di laboratori, 225 di tirocinio (diretto e indiretto) e 75 di attività pratica sull’utilizzo delle nuove tecnologie (TIC) applicate alla didattica speciale, la produzione di un elaborato conclusivo e il sostenimento di una prova finale in uscita, tutte valutazioni atte ad attestare le competenze acquisite: in Romania, invece, sono sufficienti solo quattro settimane di presenza e non è prevista alcuna esperienza sul campo.

Per quanto concerne la spendibilità, il titolo romeno promette una plurivalenza su più gradi e classi di concorso, mentre in Italia per ogni grado di scuola è necessario un titolo specifico: questo determina, ad esempio, che un docente laureato in giurisprudenza che ha conseguito il master in Romania, risulterà abilitato non solo sul sostegno (per la scuola secondaria di primo e secondo grado) ma anche su materia (su tutte le proprie classi di concorso).

Ciò appare alquanto inverosimile visto che in Italia, per valorizzare le specificità tipiche per età e caratteristiche di ogni singolo alunno, lo stesso titolo, oltre a non essere abilitante, è una specializzazione valida esclusivamente per il grado conseguito: di conseguenza, questa discrepanza si ripercuote seriamente sulla validità formativa stessa del titolo rumeno.

Va evidenziato altresì che il sistema scolastico rumeno e quello italiano adottano risposte diametralmente opposte in riferimento alla scolarizzazione degli alunni con bisogni educativi speciali: il primo è infatti un sistema bidirezionale, in cui gli alunni con disabilità sono inseriti in classi speciali e separati dagli studenti “normodotati”. Il secondo, quello italiano, è invece un sistema unidirezionale e inclusivo che prospetta, tra i suoi principi fondanti, l’attenzione alle molteplici diversità degli studenti e la promozione di una educazione di qualità, per tutti, all’interno delle classi comuni.

A tutto quanto elencato solo in estrema sintesi, si aggiunga un dato estremamente importante: il Ministero dell’Istruzione, in base alle normativa vigente (art.2 comma 2 D.M. del 30/9/2011, in ossequo all’ art.13 DM 249/2010), stabilisce che i posti banditi dagli atenei italiani, per ciò che attiene i corsi di specializzazioni sul sostegno, debbano rispettare il fabbisogno territoriale di riferimento.

Ammettere nella graduatorie dei docenti specializzati sul sostegno le persone che hanno il titolo estero avrà pertanto un effetto boomerang non solo, come abbiamo già sottolineato, sulla qualità e sul merito del sistema di istruzione italiano ma, anche sul piano occupazionale, falsando quanto disposto dalle normative e alterando le prospettive lavorative di quegli specializzati che, con maggiore difficoltà e coerenza, hanno partecipato al percorso di specializzazione in ossequio alle leggi nazionali, superando prove selettive e impegnandosi in un lungo percorso formativo estremamente caratterizzante, impegnativo e complesso.

E a tutto questo, aggiungiamo le criticità del Decreto Bianchi…

  • E quali sarebbero?

Il Decreto istituisce una graduatoria regionale per le assunzioni degli specializzati sul sostegno, cioè ciò che ogni organizzazione di precari ha richiesto a gran voce.

Purtroppo però prevede anche che i docenti possano essere “bocciati” alla valutazione finale dell’anno di prova, e che a questa valutazione concorra il superamento della prova di Inglese di livello B2.

Innanzitutto non si capisce come si possa prevedere una bocciatura di professionisti che, oltre ad un titolo di studio personale, abbiano anche superato un concorso pubblico articolato in 3 prove, 23 appelli universitari, arricchito la comunità scientifica con il loro lavoro di Tesi finale, e superato la valutazione finale dello stesso. Una bocciatura, oltretutto, che preclude “per sempre” la possibilità di concorrere nuovamente in graduatoria.

Forse il dott.Bianchi presume che le università italiane non siano formative, o che “regalino” i titoli?

In secondo luogo, l’inglese di livello B2.

Lo sa che l’inglese non fa parte del percorso di specializzazione sul sostegno, ed è diventato obbligatorio nelle scuole pubbliche dal 2003, mentre il livello B2 è livello di riferimento solo dal 2012? Questo vuol dire che oggi i neo diplomati possono vantare questa conoscenza grazie alle scelte didattiche nazionali, ma al Corso Sostegno possono accedere solo i laureati quinquennali, i diplomati magistrale ante 2001 e gli ITP ante 2013: tutti precari di lungo corso, per i quali la lingua straniera studiata a scuola poteva essere diversa dall’inglese e sicuramente non era di livello B2.

Se la scuola ha funzione di ascensore sociale, come si fa a richiedere (a pena eliminazione definitiva dal percorso di stabilizzazione) di dimostrare una competenza che si può acquisire solo privatamente e a pagamento? A precari che non hanno garanzia di lavoro e di stipendio, poi?

Inoltre, attivare queste graduatorie porta ad ulteriori complicazioni: ciascun docente conosce il proprio territorio di riferimento e pianifica le proprie scelte familiari di conseguenza. Una graduatoria su più province rimescola le carte e non si può dare per scontato che persone adulte e con carichi di famiglia, cioè la categoria di precari più nutrita, abbiano la possibilità logistica di accettare il ruolo: non dobbiamo dimenticare che in realtà le zone d’Italia ben servite da mezzi pubblici e vie di comunicazione sono la minoranza!

C’è anche la criticità legata ai tempi di attivazione della riforma: potrebbe (è una possibilità che  alcuni docenti ci hanno già ben illustrato!)  essere utilizzata dai neo immessi in ruolo per bypassare le norme sulla mobilità e cercare un avvicinamento ai propri luoghi di interesse, provocando l’assottigliarsi dei posti disponibili ai precari e lasciando scoperti posti in realtà già occupati.

In pratica, per avere un minimo di possibilità di scelta, è necessario aumentare a dismisura il proprio punteggio, alimentando la compravendita di titoli che già ora risulta essere un fenomeno poco controllabile.

Tutto questo, fermo restando che non sia necessario gestire ricorsi legati ad errori meramente amministrativi, cosa che si potrà scoprire solo nel frangente medesimo.

  • Emerge una situazione molto complessa e poco in linea con il concetto di Merito che il Ministro Valditara ha voluto sposare persino nel nome del suo ministero.

Infatti. Noi auspichiamo che il Ministro, al di là dei vincoli normativi europei, metta un freno alla pericolosa deriva del mercato dei titoli e punteggi per i docenti precari e trovi la strada per valorizzare il Merito di cui si è fatto paladino nel suo ministero, elaborando una soluzione al problema dell’acquisizione dei titoli di specializzazione e di abilitazione, staccandosi dalla precedente politica e rivendicando a chiare lettere il valore dei percorsi formativi universitari italiani, tagliati e cuciti sul territorio di riferimento.

Noi del CISS ribadiamo la nostra disponibilità alla creazione di tavoli tematici che permettano al Governo Meloni quel proficuo interscambio di conoscenze e informazioni che, mancato nei Governi precedenti, è la sola strada efficace per la risoluzione delle problematiche del mondo della scuola e, nello specifico, della delicata complessità relativa al sostegno didattico.

Noi ci siamo, bisogna vedere se dall’altra parte siano disponibili a questo confronto.

  • A proposito, come vanno i vostri rapporti con la politica?

In questo periodo, complici le scadenze relative a Legge di Bilancio, Decreto aiuti e Milleproroghe, sono abbastanza statici.

Nel corso dei mesi abbiamo contattato e interloquito con diverse figure su tutti i livelli: colleghi di altri gruppi di lavoro, associazioni genitori, sindacati, avvocati di diritto scolastico, gli onorevoli di questa e della precedente legislarura (On. Bucalo, On.Pittoni, On. Sasso, On. Zennaro, On. D’Alfonso, On. Corneli, On. Floridia, On. Rampelli), figure amministrative come il dott. Campione, esperti di inclusione come la d.ssa Coccia, personaggi pubblici come il dott.Trapanese, nomi universitari come il dott.Arcangeli, giornalisti di rottura come Alex Corlazzoli e siamo stati pubblicati da diverse testate giornalistiche… insomma, lavorare per il bene della scuola e dei nostri alunni non ci spaventa!

Con il nuovo esecutivo, avere rapporti diretti di collaborazione è molto più complicato: ci auguriamo che questo distacco possa davvero nascondere quelle novità che stiamo leggendo sui giornali.

  • Le notizie che oggi tengono banco sono l’imminente uscita di un Decreto che, di fatto, ripristinerebbe il doppio canale di reclutamento che risultava essere funzionale oltre 30 anni fa. Non pensate che possa essere uno strumento obsoleto?

No, al momento attuale riteniamo che sia il solo strumento equo e immediatamente operativo. Sicuramente le criticità della scuola non si risolveranno, e soprattutto questa misura non darà alcuna risposta utile in quelle province, come Napoli, in cui i precari sono troppi per essere assorbiti prima di qualche lustro.

Secondo noi è giusto avviare una tipologia di reclutamento che dia risposta alla gran parte delle realtà, ma è necessario poi prevedere delle misure ad hoc per queste zone più complesse.

Riteniamo che non si possano risolvere 20 anni di scelte sbagliate nel giro di pochi mesi, ma rendiamo merito a chi finalmente pare dimostrare il buonsenso di avviarsi verso delle soluzioni.

  • Quindi possiamo dire che il CISS sia politicamente schierato verso l’attuale esecutivo?

No. Il CISS è apolitico e intende essere un organismo di collaborazione e controllo superpartes.

In fondo, noi siamo qui solo per un motivo ben chiaro: il bene degli alunni che ci vengono affidati.

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