Una grande mobilitazione dal basso per la difesa e il rilancio della scuola pubblica

Una grande mobilitazione dal basso per la difesa e il rilancio della scuola pubblica

Quasi tutti i governi degli ultimi venticinque anni hanno ritenuto di intervenire sulla scuola con “riforme” sempre più rovinose. A partire da un’ “autonomia” che nel 1997 ha dato il via alla trasformazione delle scuole in para-aziende verticistiche e dominate da burocrazia e rapporti di potere, sembra che l’orizzonte a cui si tende sia sempre più quello dello smantellamento di quella che era una delle scuole pubbliche migliori del mondo, a favore di una crescente privatizzazione dell’istruzione (speculare a quella già vista nella Sanità).

I primi atti del ministro Valditara, con il loro carattere folkloristico (aggiunta del “merito” nella denominazione del ministero, la lettera sul comunismo ai dirigenti scolastici) rischiano di fungere da distrattore: impediscono infatti di cogliere gli elementi di profonda continuità con la politica scolastica (o meglio antiscolastica) dei governi precedenti, in particolare con la violenza con cui il governo Draghi-Bianchi ha investito una scuola che avrebbe avuto bisogno di tempo, riflessione e raccoglimento dopo il trauma della pandemia e della “DaD”. Nel rendere sempre più vuota e priva di sostanza l’istruzione pubblica delle nuove generazioni l’attuale governo sembra voler proseguire l’opera del precedente, che ha tentato di assestare il colpo finale alla scuola in coerenza con l’impianto dell’“autonomia”, della “riforma Gelmini”, della “Buona scuola“, secondo queste direttrici:

1) Cancellare la scuola della conoscenza, a favore di una “certificazione di competenze” (ora addirittura “non cognitive”: adattabilità, flessibilità, spirito imprenditoriale…) che scimmiottano quelle dell’azienda e lasciano gli studenti esattamente lì dove sono, “capitale umano” dequalificato e non persone a tutto tondo da istruire e aiutare a crescere attraverso la relazione educativa e il confronto con saperi e conoscenze;

2) Costringere gli insegnanti, con la “formazione” coatta imposta dal decreto 36, fatta di “strumenti e tecniche di progettazione-partecipazione a bandi nazionali ed europei”, “governance della scuola: teoria e pratica”, “leadership educativa” e aria fritta simile a smettere di insegnare per diventare dei burocrati e degli esecutori di direttive imposte dall’esterno, privi di autorevolezza culturale e di passione educativa;

3) Imporre una digitalizzazione forzata in tutti gli aspetti della vita scolastica, che con una clamorosa inversione mezzi-fini svuoti la didattica e la metta nelle mani delle multinazionali del digitale, a fronte della drammatica mancanza di relazione che gli studenti hanno vissuto per due anni e a tutto vantaggio di aziende, burocrati e formatori che premono per spartirsi i fondi del PNRR, attraverso la vendita di redditizi quanto inutili “ambienti di apprendimento innovativi”. Nel frattempo le scuole, con classi da trentadue studenti, cadono a pezzi;

4) Inceppare la scuola con un apparato burocratico che cresce su se stesso, fatto di commissioni e di documenti in cui la descrizione astratta dei “processi” prende il posto dell’insegnamento. Studenti e insegnanti si muovono ormai in una foresta burocratica di PTOF, PDM, RAV, NIV, PCTO, PNRR, PDP, UDA trasversali e interdisciplinari, certificazione di “competenze” e simili, che induce a dimenticare ciò che la scuola sostanzialmente è: il luogo dove si insegna e si impara, attraverso la relazione intergenerazionale e il lavoro sulle conoscenze;

5) Realizzare un’ “autonomia differenziata” regionale che di fatto sancirà la fine della scuola nazionale, “organo costituzionale della democrazia”, l’unico capace di trasformare i sudditi in cittadini, secondo la celebre definizione di Calamandrei;

6) Arrivare all’abolizione del valore legale del titolo di studio, sogno di tutti coloro che vogliono la fine della scuola pubblica di qualità. Sembra spingere in questa direzione anche la campagna martellante per l’abolizione dei voti, che si avvale di “esperti” compiacenti ed è portata avanti, insieme a quella per l’abolizione del valore legale del titolo di studio, ad esempio da ANP, un’associazione privata che sui mezzi di informazione passa come la voce di tutti i presidi.

Purtroppo, dopo tante delusioni, noi insegnanti non ci aspettiamo più niente dalla politica; ci aspettiamo invece molto da una mobilitazione dal basso che veda insieme famiglie, insegnanti e studenti per la difesa e il rilancio della scuola pubblica.

Gruppo La nostra scuola
Associazione Agorà 33