La questione del reclutamento/formazione degli insegnanti è cruciale; ed è cruciale anche perché a seconda di come viene affrontata per essa può passare il tentativo di trasformare gli insegnanti, da persone appassionate di ciò che insegnano e capaci di trasmettere l’amore e la curiosità per la conoscenza, in passivi esecutori delle direttive di una buro-pedagogia astratta, impersonale e standardizzata.
Per evitare questo, bisognerebbe partire da due domande, tra loro connesse: che cosa chiedono davvero, oltre le apparenze, gli studenti agli insegnanti? O meglio: di cosa hanno bisogno gli studenti? E poi: chi è l’insegnante, qual è la sua identità umana e professionale?

Qualche spunto su queste questioni. Quando si parla con gli studenti, la richiesta più pressante è quella di avere insegnanti capaci di entrare in rapporto con loro, di capire le loro esigenze e soprattutto le loro difficoltà; alcuni studenti chiedono metodi più innovativi e insegnanti che sappiano insegnare meglio. È sulla strumentalizzazione di questa legittima richiesta che si impianta la retorica dell’innovazione, legata ai fondi in arrivo del PNRR: gli insegnanti, si dice in ambito burocratico, oltre che in qualche facoltà di scienze della formazione, devono essere formati non tanto sulle discipline che dovrebbero insegnare, ma secondo le più “recenti scoperte della pedagogia” – apprendimento attivo, “esperienze” e non spiegazioni, flipped classroom, “ambienti di apprendimento innovativi” ecc., – antica acqua calda ripresentata come novità rivoluzionaria (chi è meno superficiale e sprovveduto dal punto di vista culturale sa che è in corso un profondo ripensamento dei decrepiti luoghi comuni dell’ “innovazione”, ad esempio da parte di G.J.J. Biesta, di cui è uscita recentemente l’edizione italiana di Riscoprire l’insegnamento). E poi, addirittura, gli insegnanti dovrebbero essere “addestrati” o “riaddestrati” all’uso coatto e totalitario delle “nuove tecnologie”, considerate di per sé buone e risolutive di ogni esigenza educativa e didattica, a prescindere da contenuti e finalità; nuove tecnologie di cui si dice che non vanno utilizzate semplicemente come strumenti ma che, orwellianamente, DEVONO essere al centro di un cambiamento totale di mentalità.

Perché gli insegnanti “imparino a insegnare”, con il decreto 36 il governo ha istituito il redditizio carrozzone burocratico della “Scuola di alta formazione”, chiamato a coordinare tutti i corsi universitari o para-universitari che diano i “crediti” (i cosiddetti cfu) necessari a entrare nel mondo dell’insegnamento o per essere “formati” tutta la vita (“lifelong learning”) dopo esserci entrati. Si tratta di una concezione integralmente burocratica della formazione degli insegnanti (si studia non per passione e interessi culturali ma per avere i “cfu” incentrati su astrazioni metodologiche prive di contenuti, con la solita inversione mezzi-fini), con un inquietante sfondo totalitario per quanto riguarda le metodologie: l’insegnante non deve più avere il proprio stile di insegnamento, non deve mettere più la propria personalità nel proprio lavoro e nella relazione con gli studenti, non può più scegliere, anche in base all’esperienza, metodi e strategie didattiche adatti alla situazione e alle classi con cui concretamente lavora, nella loro unicità, ma è chiamato ad applicare metodologie standardizzate, decise dall’alto, scelte tra quelle ritenute in astratto e a prescindere più “innovative”. Nella stessa ottica viene portata avanti l’imposizione della figura dell’insegnante come facilitatatore degli studenti, che non insegni loro nulla ma li accompagni nell’ “apprendimento” autonomo. In pratica, come esemplifica bene Biesta con l’immagine del robot aspirapolvere che “impara” dall’ambiente, in questo modo si lasciano gli studenti lì dove sono (e magari in balia di “pacchetti didattici” preconfezionati dalle multinazionali del digitale) e viene meno la funzione fondamentale della scuola, quella di aprire per gli studenti orizzonti umani e di conoscenza nuovi e per loro imprevedibili. In prospettiva, si punta alla cancellazione della scuola della conoscenza e del sapere e alla creazione di una nuova scuola, quella delle “competenze”, del “saper fare” e di un adeguamento acritico all’esistente che non passa più per il pensiero (non a caso si parla sempre più insistentemente di “competenze non cognitive”).

È questo che chiedono gli studenti, quando dicono che la scuola è vecchia? La risposta viene dagli studenti stessi. Quali sono gli insegnanti che stimano di più? A pensarci bene, sono quelli che tengono agli studenti al punto da voler insegnare loro a tutti i costi qualcosa di fondamentale, a dispetto di tutte le difficoltà; quelli che amano il proprio lavoro, che non si risparmiano nello sforzo di proporre conoscenze sensate anche complesse e di rielaborarle insieme alle classi, in una preziosa relazione educativa; quelli che sanno ascoltare i propri studenti e sanno parlare con loro, con le parole necessarie ad accendere dentro di loro curiosità, passioni, interessi culturali, occasioni di pensiero su se stessi e sulla realtà. Ecco allora che probabilmente, quando si lamentano di insegnanti e insegnamento “vecchi”, gli studenti non stanno chiedendo un rinnovamento in astratto delle metodologie (lo fanno invece certi adulti, perché questo “rinnovamento”, ad esempio la digitalizzazione di ogni aspetto della relazione scolastica, può essere molto redditizio): stanno criticando un insegnamento morto, burocratico e ripetitivo che diventa tale quando nemmeno l’insegnante crede al valore dei contenuti che propone, contenuti su cui bisognerebbe lavorare davvero insieme, attraverso una relazione incentrata sulla parola, per attualizzarli e trarne fuori ogni possibile ricchezza. A pensarci, è proprio il decadimento della figura dell’insegnante, da intellettuale a burocrate che attende indicazioni dall’alto, propiziato da tutte le “riforme” degli ultimi due decenni, a favorire questa riduzione della cultura e della conoscenza ad “adempimento”, che per gli studenti non ha nessuna attrattiva.

Gruppo La nostra scuola
Associazione Agorà 33

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