I promoter della “didattica per competenze” (o del “digitale” a tutti i costi) accusano quelli che vogliono una scuola incentrata sui contenuti e sulla sostanza culturale di essere dei “passatisti”, “vecchi”; l’accusa più specifica in realtà è quella di volere un ritorno al nozionismo fine a se stesso, di voler riproporre a scuola un’acquisizione passiva e mnemonica di nozioni. È su questo punto che il discorso è adulterato e (qualche volta inconsapevolmente) del tutto falsato: identifica infatti abusivamente senso vivo della conoscenza e nozionismo. Chi vuole riportare al centro della scuola i contenuti culturali – gli unici in grado di appassionare gli studenti, nella loro qualità di ‘concentrato’ dell’esperienza conoscitiva umana, con cui confrontarsi e su cui misurare se stessi – ne ha invece una visione dinamica, non statica, e pensa che la loro condivisione richieda un continuo sforzo di attualizzazione, che deve trovare da sé i propri mezzi, in maniera flessibile e con ‘esprit de finesse’, senza affidarsi a soluzioni a priori e preconfezionate.

 

Per questo l’insegnamento è un’arte del particolare (come tutto ciò che ha a che fare con gli esseri umani) che si apprende con l’esperienza e attraverso un percorso culturale e umano vero, lungo e articolato, non una ‘tecnica’ standardizzata e astratta da importare o imporre frettolosamente e burocraticamente dall’esterno. I fanatici dei mezzi, siano essi la “didattica per competenze” o il “digitale” utlizzato sempre e comunque, non si accorgono di essere loro i veri eredi del “nozionismo”; hanno semplicemente spostato la rigidità dalle “nozioni” imparate soltanto a memoria al feticismo del mezzo, sempre più fine a se stesso: nell’uno e nell’altro caso ci si risparmia la fatica di pensare. E quando il presunto “nuovo” diventa totalitario e imposto, schiaccia ogni altra esigenza culturale e si fa rapidamente decrepito, peso morto di un conformismo che chiude gli orizzonti del pensiero invece di aprirli. 

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