I dottori di ricerca hanno uno stipendio accettabile, soprattutto negli ambiti Scienze della vita e Ingegneria dove arrivano a stipendi di quasi 2mila euro al mese, ma dopo la pandemia il loro numero si è ridotto drasticamente: lo scrive oggi La Repubblica, sulla base dell’ultimo Rapporto Almalaurea. È anche vero, si legge, che “il Piano nazionale di ripresa e resilienza punta a incrementare gli investimenti su questo fronte”: lo scorso mese di aprile, sul sito del ministero dell’Università e della Ricerca, sono stati pubblicati i primi due decreti finanziati con il Pnnr che faranno incrementare le borse di studio di 7.500 unità.

Il sindacato Anief prende atto e accoglie favorevolmente questa decisione. Tuttavia, mette le mani avanti, perché sostiene da tempo che incrementare il numero dei dottori di ricerca è importante, ma per rilanciare queste preziose professionalità serve anche altro: “La verità – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è che occorre un riconoscimento chiaro del titolo di dottore di ricerca. Dopo 40 anni, manca infatti ancora il decreto attuativo del Dpr che riconosca tale titolo come preferenziale nell’accesso all’area dirigenziale della pubblica amministrazione”.

“C’è anche da ricordare che essere dottore di ricerca – continua Pacifico – è un requisito professionale valido per poter accedere a un contratto di insegnamento negli atenei ma non è considerato valido per l’accesso ai concorsi per diventare insegnante nelle scuole pubbliche. Inoltre, la Carta europea dei ricercatori del 2014 ancora non è stata riconosciuta in Italia e nell’accesso all’abilitazione nazionale il titolo spesso è meno considerato rispetto agli altri di tipo culturale. Queste, sono alcune delle motivazioni che portano il nostro Paese tra gli ultimi posti nell’area Ocde come numero e una diminuzione sempre più consistente dei dottori di ricerca”, conclude il presidente Anief.

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