Il numero chiuso in Italia non ha nulla a che vedere con il merito, né tanto meno col numero di posti che andrebbero necessariamente coperti. I test sembrano più che altro funzionali alla razionalizzazione della spesa pubblica, alla riduzione dei finanziamenti alle università, alla dismissione della sanità pubblica. Una sanità regionalizzata, da tempo in difficoltà e sempre più propensa a delegare i propri compiti al privato.

Oggi si sono tenuti i test di medicina. Quest’anno verrà ammesso solo uno studente su quattro aspiranti.

E’ corretto quanto sostiene la Rettrice della “Sapienza” di Roma che, intervistata sui test di ammissione all’università, ha spiegato come “Il numero programmato deriva dalla capacità  dei singoli Atenei di formare in maniera qualitativamente definita”. Una questione di “capacità” intesa come offerta formativa possibile.

Questa consapevole rassegnazione sulle capacità degli Atenei non giustifica la mancata soluzione di un problema divenuto emergenza durante la pandemia, la scarsità sempre più diffusa di personale medico sanitario.

Quest’anno solo un quarto degli aspiranti medici verrà ammesso ai corsi. Una selezione necessaria per la cura della qualità ma che, per essere efficace e giusta, non può avvenire prima dell’avvio del percorso di studio. La selezione deve avvenire in itinere. Per questo, per poter disporre di personale formato e capace, è necessario abolire il numero chiuso e contestualmente dotare gli Atenei statali di tutti gli strumenti necessari, degli spazi, delle risorse umane ed economiche necessari per formare i giovani studenti.

Per noi socialisti, sulle università, come sull’istruzione pubblica, non è possibile risparmiare ma è necessario investire. Così. in una nota, Luca Fantò, Referente nazionale PSI scuola, ricerca e università.

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