La bozza del decreto Aiuti-bis approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso 4 agosto prevede l’istituzione di una nuova figura professionale nel mondo della scuola: il docente esperto. Il testo recita: “I docenti di ruolo che abbiano conseguito una valutazione positiva nel superamento di tre percorsi formativi consecutivi e non sovrapponibili… possono accedere alla qualifica di docente esperto e maturano conseguentemente il diritto ad un assegno annuale ad personam di importo pari a 5.650 euro che si somma al trattamento stipendiale in godimento”.

Si specifica poi che la qualifica di docente esperto “non comporta nuove o diverse funzioni oltre a quelle dell’insegnamento”, se non l’obbligo a “rimanere nella istituzione scolastica per almeno il triennio successivo al conseguimento di suddetta qualifica”.

Ci si trova di fronte all’assoluta novità di un governo tecnico dimissionario che ha inteso “regalare” alla scuola pubblica italiana e ai propri lavoratori l’ennesimo schiaffo, delineando una carriera del docente che non è “del” docente (un “soggetto” che può vantare un certo portfolio, possedere determinati titoli, avere alle spalle già una carriera di docente formatore, ecc.) ma di “oggetto” che a determinati costi e con il riscontro di indubbi benefici dovrà incrementare la “macchina” dell’istruzione.

Per molte ragioni, in questi ultimi anni la scuola italiana è stata caricata di competenze procedurali (sicurezza, salute, assistenza) che in altri tempi non aveva. Anche la didattica è diventata una procedura alla quale il docente si è adattato, perdendo così la memoria di una scuola come luogo di culture.

Uno scempio, aggravato dal fatto che il governo trovi le risorse per finanziare questa figura con una facilità estrema, mentre i soldi non ci sono magicamente quando si discute di rinnovo del contratto nazionale.

Un salario, tra i più bassi in Europa, e sempre meno in linea con il costo della vita con il quale tutti siamo costretti a fare i conti, in particolare nell’ultimo anno. Ma la contrarietà al provvedimento deriva soprattutto dall’idea malsana alla base dello stesso, vale a dire un meccanismo selettivo che scatenerebbe ancora una volta, una guerra tra poveri senza precedenti.

Bisognerebbe prima pensare agli insegnanti precari, ad esempio.

Bisognerebbe capire come far funzionare i sistemi di reclutamento del personale docente, nel nome della continuità didattica, evitando il caos che sovrano regna ogni anno scolastico, almeno fino a novembre se non oltre, bisognerebbe retribuire i supplenti nei tempi e modi dovuti e non farli attendere invano per mesi, e non da ultimo bisognerebbe occuparsi di un vero rinnovo del contratto collettivo nazionale che veda un aumento salariale di almeno 200 euro, che possa ridare dignità al lavoro dei lavoratori della scuola, docenti a ATA.

Senza la lotta e la reazione di tutti che fine farà la scuola pubblica italiana???

 

 

 

 

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