Scuola, concorsi: Lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Scuola, concorsi: Lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Caro Presidente,

da circa dieci anni sono docente di Lettere in diverse realtà nella zona di Milano (paritarie e statali). Ho svolto, senza successo, le prove del concorso ordinario bandito nel 2020 e in corso in queste settimane; mi trovo ora a scrivere queste righe perché non riconosco la mia voce nel dibattito polarizzato che si è, come spesso accade, venuto a creare in seguito alle polemiche sollevate da tanti colleghi, dibattito che invece richiederebbe una maggiore apertura alla complessità, e che non riguarda solo una procedura concorsuale, ma l’idea stessa che abbiamo del mondo dell’istruzione.

Il concorso nasce dall’idea di mandare a contatto con gli studenti insegnanti preparati sulle proprie discipline di insegnamento. Sembra un concetto scontato, ma non è così: la nostra categoria, almeno in una parte molto visibile e “rumorosa” a livello politico, è sempre apparsa restìa alla valutazione, trovando sponda in alcune forze politiche e soprattutto sindacali alla ricerca di facile consenso. Ecco quindi che la platea di aspiranti al concorso ordinario si muove parallelamente a concorsi straordinari riservati a docenti con una determinata anzianità di servizio (peraltro già valutata nelle graduatorie) con il caso-limite del 2018, un concorso che consisteva in una sola prova orale, senza alcuna forma di selezione (paradossale il caso del docente, oggi in ruolo, “promosso” con la valutazione di…0). Insomma, nonostante l’intenzione, di per sé lodevole, di proporre una dura selezione, il risultato è opposto: buona parte degli insegnanti che entrano in ruolo ogni anno raggiunge il traguardo tramite sanatoria o con un percorso agevolato. Ma la dicotomia facile/difficile non è in realtà quella che descrive le mancanze di questa selezione in modo adeguato. Come è ovvio che sia (lo è anche per le valutazioni che diamo agli studenti) la prova orienta verso la tipologia di insegnante che ricerchiamo, e qui iniziano i problemi. Innanzitutto negli ultimi anni le prove concorsuali per raggiungere l’abilitazione o il ruolo hanno toccato tutte le tipologie possibili, di cui sarebbe noioso e inutile riportare in questa sede la varietà, dal numero di prove alla richiesta.

L’aspirante docente non ha quindi una prospettiva su come approcciarsi alla preparazione delle prove, e anche sotto questo aspetto il concorso di questi mesi rappresenta un caso limite: tra la pubblicazione del bando e lo svolgimento sono passati quasi due anni, con diverse modifiche in corsa. Altro nodo è il contenuto dei programmi. Per quanto riguarda le classi per cui ho concorso i programmi erano vastissimi (giustamente, perché è indiscutibile che un docente debba conoscere ciò che insegna) ma in buona parte estranei ai programmi disciplinari e soprattutto a quelle che sono state le prove proposte. In che modo infatti sarebbe stata valutata la nostra capacità di “confrontare le fonti” o di “argomentare”? A questo proposito sarebbe opportuno proporre un raffronto tra i programmi e le prove, se fosse possibile. Tuttavia, altro punto dolente, ai candidati non è stato permesso di vedere la propria prova: quella stessa trasparenza che il sistema-scuola, sempre più burocratizzato, chiede a noi docenti verso di sé e verso le famiglie e gli studenti è in realtà inapplicato proprio ai suoi vertici.

C’è anche un ultimo, piccolo, ma significativo, sfregio: la giornata di permesso per sostenere le prove non è retribuita con il contratto da docente precario, a testimonianza dell’atteggiamento di chiusura verso i nuovi ingressi. In conclusione, i candidati che hanno passato il concorso entreranno in ruolo e tra qualche mese sarà il turno di quelli con i requisiti di anzianità (che io non ho, perché non viene valutato ai fini dell’accesso alle procedure straordinarie il fatto di aver insegnato nelle scuole paritarie, creando una disparità che non tiene conto dell’art.33 della Costituzione). Un giorno, ne sono certa, toccherà anche a me. Il percorso per raggiungere il ruolo è tortuoso, confuso, ma alla fine non lascia indietro nessuno.

Una volta arrivati poi si entra in una nuova dimensione: nessuno può mettere in discussione il docente, dal punto di vista professionale e culturale, fino alla pensione. Spero sia chiaro, a questo punto, che non si trova davanti all’ennesima lamentela di chi non ha superato una prova, o che chiede una scorciatoia. La domanda che mi sento di porgere alle istituzioni è quindi: esiste davvero un’idea di quelli che debbano essere i requisiti per svolgere questa professione? Quali sono? Quale offerta vogliamo dare agli studenti di questo Paese? A queste domande non vedo, francamente, nessuna risposta allo stato attuale, e la gestione dell’ultimo concorso non fa che allontanarci dagli obiettivi centrali.

F. B.