“Sono precario, ho partecipato al concorso straordinario che si è concluso poco tempo fa e mi chiedo dove insegnerò l’anno prossimo (se insegnerò). Ogni anno è una battaglia fatta di burocrazia con l’Inps, il Mef e le segreterie. Tempo e pazienza buttati all’aria in buona sostanza. In un momento così tragico per tutte le categorie di lavoratori sento la gratitudine per avere uno stipendio certo fino ad agosto (sono fortunato rispetto a quando anni fa il contratto mi scadeva a giugno), ma allo stesso tempo provo anche indignazione e rabbia per i diritti non riconosciuti. Alcuni pensano che facciamo tante vacanze, ma pochi sanno che il lavoro a casa non finisce mai e che anche solo avere un permesso  è un’Odissea che si conclude solo grazie alla comprensione e all’umanità di colleghi e dirigenti. Siamo a Marzo e già mi chiedo se e dove insegnerò l’anno prossimo. Si me lo chiedo perché è difficile portare avanti dei progetti di vita se non sai mai dove sarai, tanto più per chi come me condivide l’affidamento di un figlio minore.”

Le domande nella testa sono mille: quanto riuscirò ad essere presente per mia figlia? Quanto potrò effettivamente garantire economicamente? Fra non molto arriverà l’estate e con lei le solite sensazioni e domande di ogni anno: come saranno le graduatorie quest’anno? Quelli prima di me cosa faranno? Dove andranno? Che sede mi resterà? A quanti chilometri da casa? Ci sarà anche quest’anno la lotta alle graduatorie sballate e falsate dai soliti ricorsi strapagati coi quali qualcuno in coda tenta di scavalcarmi? E poi partono le telefonate coi rappresentanti sindacali e coi colleghi storici coi quali si condivide la stessa battaglia da anni.”

“Telefonate di confronto, solidarietà, sfoghi di rabbia e indignazione, con l’obiettivo di non permettere a nessuno di vanificare l’esperienza acquisita negli anni. Poi in autunno finalmente, se tutto è andato “bene”, dopo mesi di patema d’animo prendo servizio. “Nuova” destinazione (ormai ho girato quasi tutte le scuole), nuova e sempre vecchia burocrazia, nuova e sempre vecchia speranza che le cose vadano per il meglio. E come mi dice papà tutti gli anni sospirando “speriamo che riesci a piglia o’ ruolo”. Nel frattempo “Io speriamo che me la cavo”.”

 Valerio Polito, 45 anni, papà separato e precario.

 

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